Kuvalayananda
E' Natale ogni volta che ...
E' Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tendi la mano.
E' Natale ogni volta che rimani in silenzio per ascoltare l'altro.
E' Natale ogni volta che non accetti quei principi che relegano gli oppressi ai margini della società.
E' Natale ogni volta che speri con quelli che disperano nella povertà fisica e spirituale.
E' Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza.
E' Natale ogni volta che permetti al Signore di rinascere per donarlo agli altri.
Madre Teresa di Calcutta
Può essere importante anche una cosa piccola, modesta, informe.
Come il LIEVITO.
Nel mio paesino di Lucania, una volta alla settimana, venivamo mandati, noi bambini, alla ricerca del lievito. Mia madre faceva il pane una volta alla settimana. Per prepararlo, si alzava due volte nella notte. Una prima volta poco dopo la mezzanotte: per impastare. La fornaia (si chiamava Betta? Forse si chiamava proprio Betta) passava e bussava. Mia madre, che era andata a dormire all'ora delle galline, si alzava, e adoperando il lievito che noi avevamo trovato impastava. Una seconda volta la fornaia Betta (ma sì, si chiamava proprio così) passava e bussava. Fra le tre e le quattro del mattino. Mia madre si alzava di nuovo per "scanare". Per formare, con quella pasta nel frattempo lievitata, delle enormi, rotonde"scanate" di pane, che la fornaia passava a ritirare su una tavola. Che portava in testa, fino al forno. Dove più tardi saremmo passati a ritirarle, cotte. Insieme ad una pizza con l'origano, con il pomodoro. Che ogni settimana nostra madre ci minacciava di non voler più fare. Eravamo stati cattivi, come nella settimana precedente, come nella settimana seguente. Non ce l'eravamo meritata. Che ogni volta però puntualmente rifaceva. Per il trionfo della nostra ghiottoneria. Ma il lievito, quel lievito che era servito ad impastare la pasta che poi avrebbe lievitato, che poi sarebbe stata convertita in tre quattro "scanate" e una pizza; quel lievito di dove veniva? Veniva custodito, quel lievito, a turno, in una delle case del vicinato. E noi bambini venivamo mandati a cercarlo. Guarda un po', dev'essere dalla zia Nunzia, questa settimana, o dalla zia Concetta, chi lo sa (tutte zie, da quelle parti). Andando a cercare quel lievito noi imparavamo da bambini, una cosa fondamentale. Che non sono importanti soltanto le cose grandi e grosse, come la "scanata" e la pizza, già pronte per essere mangiate. Può essere importante anche una cosa piccola. Modesta. Informe. Ma preziosa. Ma segreta. Ma custodita nel buio di una madia: come il lievito. Che non esiste soltanto l'immediato. Vedi il pane e lo tagli, vedi l'uovo e te lo bevi, vedi l'uva e te la mangi. Esiste anche ciò che è differito, e dilazionato. Ciò che oggi sembra piccolo e inutile, ma domani, se debitamente impastato, si rileverà grande e buono: il lievito.
Beniamino Placido
Ripartire dalla semplicità mi sembrava essenziale.
In città si vive come in un labirinto di specchi. A ogni angolo, ovunque ti giri, solo persone e le loro creazioni: casermoni, macchine, cartelli ... Diventa un’ossessione. Finisci per essere completamente assorbito dal ritmo e dalle infinite invenzioni della nostra civiltà. È tutto spianato, spuntato, cementificato, illuminato, ridipinto e raddrizzato, e gli altri animali oltre a noi, che avrebbero potuto essere lì, sono stati cacciati via. A volte mi viene voglia di guardare fuori dal “nostro” giardino. Perché al mondo, nell’universo, non c’è solo quello, no? È facile dimenticarselo e lasciarsi prendere dalle nostre illusioni collettive. Di notte, la grande città è coperta da un guscio di luce attraverso il quale non riesci a vedere le stelle. E questa è un’enorme perdita, perché non c’è cosa che potrai mai vedere lontana quanto una stella. Ti dà una certa prospettiva, che in città manca. Ma per quella ci vuole il buio. Ci sono alcune cose che con la luce del giorno o con quella rassicurante dei lampioni proprio non si vedono. (...) Ripartire dalla semplicità mi sembrava essenziale. Avevo spesso un senso di smarrimento di fronte alla complessità di quello che mi circondava: io uso il computer ogni giorno ma non ho la più pallida idea di come funzioni, l’aeroplano non so come faccia a volare, l’iPod a ricordarsi tutta quella musica o l’economia a fluttuare. Sono circondato da meccanismi che non capisco. Fra i sadhu invece ho riscoperto la bellezza degli elementi – l’acqua, la terra, il fuoco, l’aria. Mi sono sentito felice camminando sulla terra, facendo il bagno nei fiumi freddi dell’Himalaya, stando accucciato accanto alle fiamme di un fuoco che avevo acceso, respirando spazio.
Folco Terzani, A piedi nudi sulla terra
Silenzio e vuoto
Nel mondo contemporaneo sono quasi imbarazzanti
raccomandabili solo a mistici, filosofi e artisti.
Invece sono il luogo per conoscere meglio se stessi.
In silenzio: è così che spesso accadono le cose importanti. È così che incontriamo le intuizioni più brillanti, la comprensione più profonda, le decisioni più autentiche. Scelto dai mistici, elogiato dai filosofi, elemento necessario ai creativi e agli artisti. Il silenzio, reale e metaforico, non è un’entità sterile, conclusa e inaccessibile. È invece la condizione indispensabile affinché possa esprimersi ciò che ancora non esiste e che sta generandosi nel naturale evolversi delle cose. Il silenzio sono le pause fra le parole, che danno ritmo, colore e senso a quel che stiamo dicendo. Il vuoto è lo spazio che ci divide dalla meta verso la quale ci dirigiamo, dandoci la misura del nostro cammino e del nostro procedere. Non intendo muovere critiche grossolane né tanto meno generaliste, ma riconosco nel mondo contemporaneo una certa avversione per l’uno e per l’altro, un’attitudine bulimica con cui si tende a riempire tutto, un senso d’insicurezza imbarazzante e incontrollato nel momento in cui non si abbia nulla da dire o da fare. Lo stesso imbarazzo di chi, alle prese con un interlocutore verso il quale si sente in difetto, tende a soverchiarlo di parole per non lasciare spazi all’altro - e per non ricevere conferme dei propri timori di inadeguatezza - . Ciò di cui non ci si rende conto, però, è che l’interlocutore che ci imbarazza spesse volte siamo proprio noi. Vuoto e silenzio, quindi, sono il luogo ideale dove ognuno può sperimentare l’incontro con sé: incontro per nulla facile e tuttavia necessario. Necessario al rinnovamento delle nostre energie vitali, al rinnovamento della consapevolezza indispensabile per rispondere alle domande irriducibili dell’esistenza. Anzi, per sentire e vedere le risposte che a quelle stesse domande l’esistenze stessa può darci.
Chiara Trompetto - 33 anni, educatrice e operatrice olistica, Torino
LA STAMPA - L'editoriale dei lettori - 02/12/2011
Corpo. Corpo. Corpo.
È curioso come normalmente, quando si è sani, quasi non ci si rende conto di averne uno e come si danno per scontate le sue funzioni. Basta ammalarsi, però, e il corpo diventa il centro di tutta la nostra attenzione; il semplice respirare, orinare e "l'andar di corpo", come dicevano i vecchi, diventano fatti essenziali che determinano gioia o dolore, che fanno insorgere sollievo o angoscia. Secondo le istruzioni che mi erano state date, seguivo ogni funzione di quel mio corpo e ne correggevo via via le irregolarità, ma così facendo mi rendevo conto ogni giorno di più di quanto io dipendevo da lui, di come il suo umore determinava il mio e di quanto grande fosse lo sforzo che io (io-mente, io-coscienza, io-quell'altro, insomma) dovevo fare per non diventare suo schiavo. Ho sempre trovato convincente l'idea che con una forte volontà si possa essere liberi anche in una prigione. Uno degli esempi più belli è quello recente di Palden Gyatso, il monaco tibetano che è riuscito a sopravvivere a trentatré anni di torture e di isolamento nelle galere cinesi, restando libero di spirito. Ma in che misura si riesce a essere liberi quando si è prigionieri del proprio corpo? E comunque, che cos'è questa benedetta libertà di cui oggi tutti parliamo così tanto? In Asia la risposta sta in una storia vecchia di secoli. Un uomo va dal suo re che ha grande fama di saggezza e gli chiede: "Sire,dimmi, esiste la libertà nella vita?" "Certo", gli risponde quello. "Quante gambe hai?" L'uomo si guarda, sorpreso della domanda. "Due, mio Signore." "E tu, sei capace di stare su una?" "Certo." "Prova allora. Decidi su quale." L'uomo pensa un po', poi tira su la sinistra, appoggiando tutto il proprio peso sulla gamba destra. "Bene", dice il re. "E ora tira su anche quell'altra." "Come? È impossibile, mio Signore!" "Vedi? Questa è la libertà. Sei libero, ma solo di prendere la prima decisione. Poi non più."
Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra
Quello che sto cercando è l’oceano.
“Scusa”, disse un pesce dell’oceano a un altro: “Tu sei più vecchio e più esperto di me, e probabilmente potrai aiutarmi. Dimmi: dove posso trovare quella cosa che chiamano “oceano”? L’ho cercato dappertutto inutilmente”. “L’oceano”, disse il pesce vecchio, “è quello in cui stai nuotando adesso”. “Oh, questo? Ma questa è solo acqua. Quello che sto cercando è l’oceano”, disse il giovane pesce e, deluso, nuotò via per cercare altrove. Allo stesso modo un uomo andò dal maestro indossando una veste da monaco. E parlò nel linguaggio del monaco: "Per anni ormai ho cercato Dio. Ho lasciato la mia casa e l'ho cercato dovunque dicano che sia: sulle vette dei monti, nel cuore del deserto, nel silenzio dei monasteri e nelle baracche dei poveri". "E l'hai trovato?", chiese il maestro. "Sarei un presuntuoso e un bugiardo se dicessi di sì. No non l'ho trovato! E tu?". Cosa poteva dirgli il maestro? Il sole lanciava strali di luce dorata nella stanza. Centinaia di passeri cinguettavano felici su un vicino fico del Banian. In lontananza si poteva udire il rumore del traffico sull'autostrada. Una zanzare ronzò vicino all'orecchio avvertendo che stava per pungere ... Eppure questo buon uomo poteva starsene lì seduto e dire che non aveva trovato Dio, che lo stava ancora cercando. Dopo un po' lasciò la stanza del maestro, deluso. Andò a cercare altrove. Commento: Pesciolino, smetti di cercare. Non c'è niente da cercare. Stai zitto, apri gli occhi e guarda. Non può sfuggirti!
Anthony De Mello
Ecco il sole.
C'era una volta un fanciullo che viveva con suo padre, sua madre e sua sorella più grande, in una bella casa soleggiata. I suoi capelli erano color oro. Amava il sole più di ogni altra cosa al mondo e non smetteva mai di guardarlo. Lo guardava sorgere, lo guardava tramontare. Quando il sole era troppo forte per guardarlo in faccia, il fanciullo osservava come i raggi giocavano con le foglie ed i fiori, come si rispecchiavano nell'acqua. Questo fanciullo era sempre gioioso e gentile. Amava far piaceri ed obbedire ai suoi genitori. Ogni volta che gli si chiedeva di fare qualcosa, diceva: "Sì, sì." Ma ahimè, molto spesso dimenticava di fare quel che aveva promesso, perché sognava il sole! ... Così, una sera, sua mamma l'aveva mandato a cercare del pane. "Sì, sì", aveva risposto ed era partito saltellando. Ma, cammin facendo, vide un superbo tramonto e restò là, a lungo, per ammirarlo ... Poi, rientrò a casa senza pensare a ciò che voleva fare. "E il mio pane?", disse la mamma. "Ah sì, l'ho dimenticato - rispose - ma sai: ho visto un tramonto bellissimo!" E dovette ritornare alla panetteria mentre era già calata la notte. Un'altra volta, un mattino d'inverno, suo padre gli disse: "Ragazzo mio, vai a cercare un po' di legna nel capannone, per accendere il fuoco." "Sì papà", disse la voce argentina ed il fanciullo uscì. Fuori, lo aspettava un'alba tale che restò in estasi, dimenticando tutto. Dopo qualche istante, suo padre aprì la porta e chiamò: "Allora, arriva questa legna?" "Ah sì, perdonami, è vero, guardavo il sole", rispose il fanciullo. "Eh! Allora va, dunque, dal tuo sole se t'interessa tanto", disse suo padre ridendo, senza pensare a nulla. Ma il fanciullo si mise a riflettere e pensò: "E' un'idea. Vado a far visita al sole. Deve essere possibile se papà l'ha detto." Subito si mise in viaggio e camminò, camminò così rapidamente che non poteva vedere nulla a destra, né a sinistra, senza farsi fermare. Molte persone gli domandarono, vedendolo passare: "Dove vai, così in fretta, piccolo?" "Vado a far visita al sole." E la gente scuoteva il capo sorridendo. Questa volta non dimenticò, per un solo momento, il motivo per cui era partito. Improvvisamente, intese una vocina che diceva: "Prendimi con te." Il fanciullo, dapprima, non vide nulla. "Prendimi con te, ti mostrerò il cammino." Ed ecco che chi parlava così era una farfalla multicolore che volava intorno a lui e venne a posarsi sulla sua mano. "Ho visto nei tuoi occhi quel che cerchi - disse la farfalla - io conosco bene il sole. E' la sua luce che mi ha formato. In questi giorni potrai contemplarlo sulla terra. Ti sei messo in viaggio nel momento giusto: seguimi." Partirono insieme. Il tragitto fu ancora lungo e faceva già notte quando arrivarono in un villaggio. Una sola casa era ancora illuminata e più si avvicinavano e più questa luce era brillante e calda. Spinsero la porta di una stalla e videro un piccolo bambino tutto luminoso disteso sulla paglia, e Maria, sua madre, accanto a lui. Il fanciullo si mise a battere le mani e disse: "Ecco il sole", e la farfalla volò sulla spalla di Maria. Rimasero là fino al mattino. Poi, il fanciullo ritornò, tutto felice, a casa. I suoi genitori erano stati molto inquieti e lo accolsero con gioia. "Sapete - disse - adesso non dimenticherò mai più quel che mi si chiederà perché il sole, io l'ho nel mio cuore."
Soline e Pierre Lienhard, Festeggiare l'Avvento
L'essenziale è invisibile agli occhi.
"Addio! - disse la volpe - Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisivile agli occhi." "L'essenziale è invisibile agli occhi", ripetè il piccolo principe, per ricordarselo. "E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante." "E' il tempo che ho perduto per la mia rosa", sussurrò il piccolo principe, per ricordarselo. "Gli uomoni hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa." "Io sono responsabile della mia rosa", ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.
Antoine de Saint-Exupery, Il Piccolo Principe
Maestro artigiano della nostra vita
Questo processo di liberazione (che gli yogi hanno chiamato "introversione") è difficile da comprendere, dal momento che le tecniche su cui facciamo affidamento per portarlo a termine semplicemente non funzionano. Nel corso della storia noi essere umani (sempre e ovunque a confrontarci con questo tipo di problemi) abbiamo cercato di liberarci dalle catene con il pensiero, con la forza o con la volontà. Combattendo, esercitando la nostra volontà o il nostro potere. Ma per gli yogi nessuna di queste strade può portare al successo. Il più delle volte, infatti, il pensiero ci irretisce ancora più profondamente. Anche la volontà ha un valore limitato, e la forza è decisamente controproducente. Come possiamo quindi affrontare un simile groviglio? Questa era la domanda principale degli sramana. Mentre la cultura occidentale molto presto fu ossessionata dalla conoscenza e della filosofia come forme di trascendenza e controllo, gli sramana stabilirono che la conoscenza di per sé era di scarso valore. Come affermò il Buddha, uno dei più famosi tra questi sramana, riguardo alla metafisica: "Le conversazioni filosofiche non portano all'edificazione!" Gli sramana cominciarono a interessarsi soprattutto a quella che possiamo chiamare "saggezza". La saggezza è una conoscenza o una comprensione che acquisiamo come risultato dell'osservazione e della percezione diretta del mondo. E' un sapere raggiunto attraverso un attento esame dell'esperienza diretta. Soprattutto, la saggezza è una conoscenza pratica di come funzionano le cose - come funziona la vita. E' il tipo di consapevolezza che ci rende più capaci di vivere. (Questa idea di saggezza sembra universale. La radice indoeuropea del termine inglese wisdom è ueid, che significa "percepire" o "vedere". In latino, la sua radice è videre. L'antico termine accadico per una persona saggia - preso in prestito dal sumero - significa "maestro artigiano". La saggezza è il tipo di conoscenza che ci rende maestri artigiani della nostra vita.)
Stephen Cope, La saggezza dello Yoga